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Una legge per i diritti di tutti, una legge del Pd

Una legge per i diritti di tutti, una legge del Pd
di Luigi Zanda

La legge sulle unioni civili e le convivenze di fatto approvata è una nostra legge. E’ nostro il disegno di legge. Nostra la prima firma con la senatrice Cirinnà. Nostra la volontà di far cessare l’ostruzionismo in commissione. Nostra la volontà di venire in Aula. Nostra la decisione di non correre più rischi continuando ad attendere dai 5 stelle una parola chiara. Nostra gran parte dei voti con i quali la legge è stata approvata.
Questa legge avvicinerà finalmente l’Italia alle democrazie occidentali che da decenni  hanno sconfitto l’omofobia riconoscendo alle coppie omosessuali gli stessi diritti delle coppie eterosessuali e hanno offerto un riconoscimento pubblico alle coppie di fatto.
La storia delle nazioni non è fatta solo dall’economia e dalla politica. Sono soprattutto la cultura e il rispetto dei diritti civili a definire il livello di maturità e di democrazia di un paese. Negli anni sessanta e settanta, il nostro Paese ha attuato grandi riforme e grandi trasformazioni. Erano gli anni della nazionalizzazione dell’energia elettrica, delle leggi dell’università, del servizio sanitario nazionale, dello statuto dei lavoratori, della scuola media obbligatoria. Riforme strategiche e decisive. Eppure, se pensiamo a quegli anni, per prime ci vengono in mente le leggi sul divorzio e sull’aborto. Riforme nate da dibattiti serrati, con grandi travagli su principi e valori, ma che una volta diventate legge dello Stato sono riuscite a riunificare il Paese, a renderlo più maturo. Com’è possibile che, dopo una lotta politica tanto violenta, il divorzio e l’aborto, una volta approvati, abbiano persino rafforzato l’unità sociale del Paese? Perché in tutto il mondo le società si disgregano quando i diritti sono negati e si compattano quando vengono riconosciuti. Questo è il valore della legge sulle unioni civili e sulle coppie di fatto, una legge che due milioni e mezzo di italiani aspettano da decenni. Non importa quanto siano esigue le minoranze. Le discriminazioni, anche di pochi, avvelenano la convivenza civile e umiliano chi le sostiene ancor più di chi le subisce.
Abbiamo dovuto rinunciare alla stepchild adoption per evitare il rischio di perdere tutta la legge o anche solo il pericolo di vederla battuta nei voti segreti. Sarebbe stato un azzardo fidarsi nuovamente del gruppo dei 5 stelle al quale  è bastato ricevere una telefonata per cambiare, dopo due anni di affidamenti, la linea e il voto. Di adozioni il Parlamento tornerà presto a discutere e lo farà, anche questa volta, per iniziativa del Pd.
Ci sono due grandi questioni che la politica ha dimostrato di non saper affrontare. In un tempo nel quale la scienza galoppa, la prima grande questione è quella del rapporto tra scienza e politica. Troppe volte in Parlamento abbiamo sfiorato questo gigantesco nodo, nei dibattiti sulla fecondazione assistita, sul fine vita, sugli ogm e ora sul preteso rapporto tra le unioni civili e la maternità surrogata. Abbiamo molto trascurato lo straordinario interesse nazionale allo sviluppo della ricerca scientifica e il suo impatto sulle nostre vite. Perché, se la ricerca scientifica deve poter godere di tutte le libertà possibili, sarebbe sbagliato non considerare la necessità di prevedere e regolare le sue ricadute sulla società e sulle persone.
Poi c’è la condizione dell’omosessualità nella società italiana, il grado della sua accettazione, del riconoscimento pieno del diritto alla diversità. La nostra è una società matura che, nell’astrattezza del giudizio culturale si dichiara accogliente nei confronti degli omosessuali ma che, spesso, fatica a riconoscere una loro piena cittadinanza e una piena titolarità dei diritti.
Questi nodi irrisolti, il pieno riconoscimento sociale dell’omosessualità e il rapporto tra scienza e politica, sono i due macigni che pesano su tanti nostri dibattiti, che determinano ritardi ed hanno anche frenato in Commissione le “unioni civili” e costretto il governo a intervenire per impedire che ancora una volta perdessimo tutto, ma proprio tutto.

PDU